Regata delle Saline 2022; tra mito e cronaca

Lascia perdere Jake, è Chinatown. (Duffy)

Il Mito

Non sei tu ad essere ossessionato; è l’ossessione che cerca te. Questo è il nocciolo della faccenda. Perché il Mito non usa la logica dei giorni normali. Ha lancette diverse. Ha piani cartesiani tutti suoi. Il Mito buca il tempo e si ripropone, senza che lo aspetti, senza che lo cerchi. Il Mito è là e vive di vita sua.

Se hai accesso al fuoco sacro, se sei in contatto con gli dei che lo sovraintendono (anche senza che tu sia sacerdote, ma come semplice abitante del rito), allora hai accesso ad un mondo nel mondo, ad un perimetro di vita a cui si è cambiato il senso. Quello è il Mito. E lo puoi vivere – non vedere, ma vivere. Perché si, in certi casi, in certe situazioni, il mito non è altro da te, ma parte di te. Di quel che fai. Condizione necessaria perché avvenga tutto questo è andare dove il mito può essere abitato: dentro il tempio.

E noi ci siamo andati, nel tempio – e quel tempio ha perimetri di barene, ciuffi di canne al vento, fronde d’alberi e qualche tetto di casa tra essi. Quel tempio ha acqua blu e profonda alla partenza, mossa da corrente tumultuosa. Quel tempio ha un nome: Le Saline.

E così il quattro di luglio il rituale si ripete, e la flotta va dove nasce il Mito, il racconto dei racconti, capace di inglobare il senso stesso del nostro andare su queste barche, in giro per la laguna, a cercare di superarci in duello.

Che Le Saline siano il Mito è palese. Perché Le Saline non sono un luogo, di per sé magico, ma un ossessione. Sono l’amore incondizionato di chi attraversa l’inferno pur di goderne ancora il privilegio dell’appartenenza.

Sputi sangue alle Saline. Vedi le madonne, i santi del paradiso, i sorci verdi, i draghi, le sirene. Se sei bravo, alle Saline vedi te stesso – meglio di Kubrik in 2001.

Ed in effetti, anche questa volta è stato un film, Le Saline. C’era la folla, lì, ai bordi del canale, nelle barche ancorate; tutti a prendere un sole meraviglioso, a vivere la felicità dell’estate. Era il mondo normale. Poi, improvvisamente, abbiamo fatto irruzione noi. E ci hanno guardato tutti stupiti, come fossimo marziani in arrivo da un’altra epoca, un’altra dimensione – in legno, vela e cime strette in mano. Zero tecnologia con cui domare un vento fortissimo.

A loro, i bagnanti, gli volano via i cappelli a falde larghe, e le ciambelle e tutto quanto fa estate. E noi, invece.

Noi a sudare sangue con mani che bruciano perché la cima tira, dio se tira, e l’acqua che entra dalla falca, ed è tanta, ma tanta davvero, perché la raffica, l’hai sentita?, dio mio che raffica… e guarda le creste, l’acqua si è incattivita, tutta, ed è tanta, la vedi quella distesa di acqua davanti, e dobbiamo risalirla tutta, a mani nude, noi, noi senza aggeggi, imbrogli, senza mentire alle regole e agli altri, noi che amiamo sfidare gli amici a chi resiste di più al dio del vento – un dio che oggi ci sta ricordando chi comanda qui…

E tutto questo lo pensi e forse lo dici, ma nel mentre devi subito, di nuovo, virare. Perché le saline sono le saline. E ci sono almeno ottanta virate da fare alle saline. C’è chi dice cento. Chi mille.

Lascia perdere Jack, sono le saline.

Prologo

Il prologo è sempre quello: le previsioni. Decifrarle correttamente in questo frangente si fa più delicato – per via del posto, ovvio. E poi i ricordi: tempeste, correnti pazzesche, e… ok, ok. Insomma, Le saline. I modelli dicono vento. Anche tanto. E allora anticipiamo la partenza. La mossa del cavallo: aggirare l’ostacolo.

Ma l’ostacolo ha un’anima, ha uno spirito – sicuramente è così. E ha capito le nostre intenzioni.

C’è quel momento unico, prima di una regata, che qui, alle Saline, prende un’altra piega. Quello che altrove è aspettare per valutare, qui trascolora nell’ancestrale appartenenza alla Dea Fatalità. E’ il Destino – e aleggia sospeso sopra di noi.

In fondo è sempre quella la storia: andare per mare vuol dire guardare il futuro prima che esso si compia. Perché il futuro è questione di tempo e spazio. A pensarci bene l’orizzonte è questo, è un futuro là in fondo, e arriva un po’ per volta, da dietro la curva terrestre. Solo che nel mentre, tutto può accadere. Oggi ci sono i modelli previsionali, certo. Ma andare per acqua usando il vento ci riporta ad una dimensione diversa, quella del granello di sabbia esposto alla tempesta. E tu, nella tua barchetta, sei il granello.

Eccola, la fatalità – un termine che più veneziano non si può.

Noi lagunosi siamo esseri strani, non del tutto marini, certamente non terrestri- ma condividiamo il senso del destino che nasce nel mare aperto. Siamo fatalisti e marinai, pur se da acqua bassa. E scegliere per quel che sarà, ma ancora non è, non è facile. Non per noi che tiriamo su ventimetriquadri di vela, non per la barca giuria, che sta lì a guardare, a cercare di decifrare i segni.

Eppure quel che tutti dobbiamo fare è sempre e solo una cosa: scegliere in anticipo. E non è facile.

E’ a questo punto che si evidenzia lui: il Mito. Non siamo in un posto qualunque della laguna; se qualcosa può accadere, qui accade. Il Mito è certezza, è la premonizione contenuta nella narrazione. Queste barene sono abitate dalle streghe del Macbeth, misteriose e dai destini segnati; sono la Chinatown disegnata da Towne, dove tutto inizia e finisce, in un senso del racconto circolare, chiuso, definito…  E dunque lui, il Mito, si è manifestato. Alcune raffiche le ha fatte sentire. Carezze, certo. Ma carezze in cui si è sentita la punta dell’unghia. Noi, umile popolo di barche, abbiamo colto. E’ vero che siamo solo spettatori del dispiegarsi della forza – ma siamo spettatori consapevoli.

Sappiamo che qui il vaticino si è saldato con l’algoritmo.

E allora abbiamo fatto quel che andava fatto. Siamo stati diligenti. Direi bravi. La giuria ha impartito gli ordini. E dunque bandiera rossa. Terzaroli e giubbotto di salvataggio.

Dunque salpiamo. L’intera flotta si incrocia nel largo canale davanti a Treporti…

La regata – (piccola cronaca delle barche piccole)

Le barche sono pronte – destrieri nervosi prima della mossa del Palio. Il vento tira a tratti. Non è disteso in modo omogeneo. Viri per andare verso il cancello di partenza e vai come una schioppettata, pur terzarolato. Il sole è stupendo, la luce fantastica. La scotta tira che è un piacere. La Dea salina si annuncia maestosa e regale – ma è una Dea, lo sappiamo; è potente e capricciosa.

Partiamo, puntuali, precisi. Chi in boa, pochi nella remunerativa barca giuria, dove il vento soffia al doppio della velocità – ed è assurdo, certo, in così poco spazio questa differenza… ma si, certo, sono le saline bellezza.

Alla boa di disimpegno è ressa – tipo banchetto per i giornalisti dopo una conferenza. Si forma un simpatico trenino: io viro dopo di lui che vira dopo quello, che vira dopo l’altro…. E così via. Nonnapatata, merito alla sua sportività, tocca la boa e fa un 360. Purtroppo non imitata da altri. Leon nel frattempo ha fatto in tempo a rientrare dal cancello e ripartire – perché Leon più passano gli anni e più è impaziente, come un ragazzino con troppa energia, e vuole tagliare la linea di partenza sempre in anticipo. E cosi per il secondo anno di fila anticipa la partenza, deve rientrare e poi riparte.

La regata ora va, con il suo bellissimo tragitto, con le barche a pennellare le curve del canale, attenti alla raffica, ad aggiustare le vele in poppa.

Arrivano voci allarmate, dal vivo prima che dal vhf; ha scuffiato nonnapatata. Una scuffia importante. Si vede l’equipaggio in movimento attorno alla grande pancia di balena dello scafo naufragato. Achab rassicura: non serve assistenza. Proseguiamo concentrati: sono le saline bellezza. Probabilmente stava abbattendo, ragioniamo. Sappiamo tutti che è delicato, quel momento. Ma andiamo, andiamo. Altra abbattuta e ci presentiamo in direzione della boa: La svolta. E’ la fine della salita. Da lì in poi è discesa. E’ ritorno. Ovvero sfida diretta alla forza del vento e della marea. Si, da adesso in poi sai che sarà un atto di forza: la volontà di riuscire – contro l’evidenza delle forze contrarie.

E così è.

Cominciano le virate. La direzione del vento è del tutto coincidente con la direzione del canale: lo abbiamo in faccia. Ma soprattutto: ora quella carezza fatta sentire in partenza ha sfoderato le unghie. E le unghie sono diventate artigli. Graffiano. Il vento spinge. Le raffiche sono sassate. La Dea, Il Mito, è salita in trono. Per noi umani è sfida totale. Non tanto con gli altri equipaggi, ma con se stessi – e con lui, Il Mito, il dio degli elementi. Ma in quel momento non sai di essere caduto nel giogo del dio. Questo, l’umano, lo capisce solo dopo. Al momento il cervello non elabora i significati. Anzi. Stringe il campo al massimo. Le raffiche pretendono il cento per cento dell’attenzione. Conta solo la bricola in avvicinamento – e quanto scarocciamo, e quanto riusciamo a resistere di angolo…

D’improvviso tutto attorno si fa il vuoto. Un silenzio assoluto. Sparisce tutto. Niente più bellezza o poesia, l’ambiente, gli scafi, gli amici… L’attenzione si è fatta totale e selettiva: non esiste null’altro che la prua della barca.

La testa viaggia veloce, prende nota di ogni segno; lo scarroccio, le creste delle raffiche in arrivo, gli ombrinali che gorgogliano, la forza della scotta, la ribolla del timone che vibra – e mi parla dello sforzo, certo, ma anche di un assetto perfetto. Si, la ribolla vibra come fosse felice… (Sì, è vero: le nostre barche parlano). E dunque sì, è tutto maledettamente difficile, qui. Ma, diciamolo, è anche la goduria totale. Senti scafo, acqua, vela e vento parlare una lingua loro. E incredibilmente ti sembra di capire qualcosa.

Gli elementi tirano. Le virate sono infinite. La fatica si fa micidiale. Forse questo è il motivo per cui, ad un certo punto, si supera la soglia della percezione lucida, limpida, di se stessi e della situazione – per finire in un’altra dimensione, più rarefatta e per certi versi semplice. Non sei più te, una persona – ma sei la parte di un insieme. Sei Marlow alla ricerca di Kurtz. Si, è così: ormai siamo diventati un tutt’uno con la laguna.

Solo in quel momento, finalmente, capisci: non stiamo più vivendo una regata, ma un evento, un’esperienza. Il superamento della soglia della lucidità ci ha fatto entrare nel territorio del dio. Ora siamo nel Mito.

La prua frange onde che il vento nebulizza, trasformandoci in statue di sale. Per fare angolo siamo sbandatissimi – come è normale. Ma queste non sono condizioni normali. Così, quando arrivano raffiche ancora più violente, non fai in tempo a lascare che già mezza laguna è finita dentro. Guardo la barca: le borse galleggiano. Tutto galleggia. Ma non fa niente. Ormai nulla fa e potrà mai fare niente. Noi, ormai, siamo laguna e vento, siamo spruzzo e sole. Il nostro posto è qui, il nostro compito andare. La ribolla me lo dice: l’assetto è perfetto. Tutta quell’acqua è solo peso in più. È una persona in più. Ma va bene. Va tutto bene. Noi andiamo.

Ed è così che è andata. Così fino alla fine, virata dopo virata. Senza sosta, senza tregua. Senza pietà.

Perché le saline sono una fatica infinita. Sono il Mortirolo della vela al terzo. Sono il Tourmalet, la Cima Coppi e la Vendee Globe messe insieme.

Perché Le saline sono Le Saline.

Alla fine è arrivata metà flotta. Sarà una di quelle volte che poi racconti: “ti ricordi di quella volta in cui sono partiti in trentasei e sono arrivati in sedici?”. In una categoria è arrivata una barca sola. Ma è arrivata prima.

Si, ci sono state due scuffie, quest’anno. Difficile dire se fosse per il vento – perché entrambe (come per quasi tutte le nostre scuffie) nate da errori di conduzione.

Ma, insomma, così è finita Le Saline, o meglio la regata delle Saline. Che poi alla Certosa ha trovato una sontuosa conclusione, con un ben di dio di rinfresco in un posto bellissimo. Tutti avevano belle facce, sul prato della Certosa. E quelle facce dicevano una cosa: siamo stanchi. Siamo tutti stanchi.

Morale

Lunga vita alle regate della vela al terzo. Lunga vita a chi si fa il mazzo in barca per regalarci giornate così. Lunga vita a chi accetta il verdetto dell’acqua e del vento, magari addirittura un naufragio, e dopo poco ci beve sopra in compagnia. Perché siamo una comunità, questo siamo. E lo si vede sempre alla fine di una disputa: è in quel momento che una gara appena conclusa diventa un percorso, un’avventura vissuta assieme.

Nel caso delle Saline, poi, la fine della regata è coincisa, ancora una volta, con la nascita di qualcosa che resterà per sempre: Il Mito delle Saline.

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